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Sempre meno e sempre più anziani: ecco gli italiani del futuro



I giovani italiani (18-34 anni) sono poco più di 10 milioni, pari al 17,5% della popolazione. È quanto emerge dal 57esimo “Rapporto del Censis”. Il dato preso singolarmente non porta alla riflessione ma, se confrontato con passato e previsioni sul futuro, è tutt’altro che incoraggiante. Ma la società italiana sembra affetta da sonnambulismo circa il fenomeno dello spopolamento, benché il suo impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema.

Venti anni fa, in Italia i giovani superavano i 13 milioni, pari al 23% del totale. E le previsioni per il futuro sono peggiori: nel 2050 i 18-34enni saranno solo poco più di 8 milioni, appena il 15,2% della popolazione italiana. Nel 2050 l’Italia avrà dunque perso complessivamente 4,5 milioni di residenti, come se le due più grandi città, Roma e Milano insieme, scomparissero. La flessione demografica sarà il risultato di una diminuzione di 9,1 milioni di persone con meno di 65 anni (in particolare, -3,7 milioni con meno di 35 anni) e di un contestuale aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e oltre (in particolare, +1,6 milioni con 85 anni e oltre). Il 57esimo rapporto Censis stima infatti che, se gli anziani rappresentano oggi il 24,1% della popolazione complessiva, nel 2050 saranno 4,6 milioni in più: raggiungeranno un peso del 34,5% sul totale della popolazione. Gli anziani italiani di domani saranno sempre più senza figli e sempre più soli poiché il numero medio dei componenti delle famiglie scenderà da 2,31 nel 2023 a 2,15 nel 2040.


Su un totale di 25,3 milioni di famiglie italiane, quelle tradizionali, composte da una coppia, con o senza figli, sono infatti il 52,4% del totale (erano il 60% nel 2009), di cui 8,1 milioni (32,2%) è formato da una coppia con figli (nel 2009 la percentuale era del 39,0%), ma le coppie con figli diminuiranno fino a rappresentare nel 2040 solo il 25,8% del totale, mentre le famiglie unipersonali aumenteranno fino a 9,7 milioni (il 37% del totale). Di queste, quelle costituite da anziani diventeranno nel 2040 quasi il 60% (5,6 milioni). Considerando che, secondo le stime Censis, nel 2040 il 10,3% degli anziani continuerà ad avere problemi di disabilità, è evidente come rimanga sul tappeto la questione ineludibile del bisogno assistenziale legato all’invecchiamento demografico che, come recentemente ricordato da Moody’s, appesantirà ulteriormente il debito pubblico.


Dal rapporto Censis numero 57 emerge un ulteriore dato che fa scattare l’allarme per il popolo tricolore: attualmente, 5,9 milioni di residenti italiani (il 10,1% della popolazione) hanno scelto di stabilirsi all’estero, registrando un aumento del 36,7% negli ultimi 10 anni, con una particolare crescita tra i giovani. Solo nel corso dell’ultimo anno infatti 82.014 persone hanno registrato l’espatrio all’Aire, di cui il 44% appartiene alla fascia di età tra i 18 e i 34 anni, totalizzando 36.125 giovani che hanno deciso di cercare opportunità altrove, sia in modo definitivo che temporaneo. Con i minori al seguito delle loro famiglie (13.447) si sfiorano le 50.000 unità: il 60,4% di tutti gli espatriati nell’ultimo anno. Dunque, contrariamente all’opinione pubblica, il nostro Paese continua a essere un Paese di emigrazione più che di immigrazione: sono 5 milioni gli stranieri residenti nel nostro Paese, pari all’8,6% dei residenti in Italia. Anche il peso dei laureati sugli espatri 25-34enni è aumentato significativamente, passando dal 33,3% del 2018 al 45,7% del 2021. Un drenaggio di competenze che non è inquadrabile nello scenario di per sé positivo e auspicabile della circolazione dei talenti, considerato che il saldo migratorio dei laureati appare costantemente negativo per il nostro Paese.


E, infine, si stimano quasi 8 milioni di italiani in età attiva in meno nel 2050: una scarsità di lavoratori che avrà un impatto inevitabile sul sistema produttivo, sul sistema pensionistico e sulla nostra capacità di generare valore. Questo anche perché la mentalità delle nuove generazioni sta cambiando: per l’87,3% degli occupati mettere il lavoro al centro della vita è un errore. Non è il rifiuto del lavoro in sé, ma un suo declassamento nella gerarchia dei valori esistenziali. Che spiegherebbe anche il perché siamo passati rapidamente dagli allarmi sugli elevati tassi di disoccupazione al record di occupati, ma il sistema produttivo lamenta sempre più frequentemente la carenza di manodopera e di figure professionali. Tra l’altro l’Italia rimane comunque all’ultimo posto nell’Unione Europea per tasso di occupazione: il 60,1%, aumentato di 2 punti percentuali tra il 2020 e il 2022, ma ancora al di sotto del dato medio europeo (69,8%) di quasi 10 punti. Se nel nostro Paese si raggiungesse il dato medio europeo, avremmo circa 3,6 milioni di occupati in più.


Questa preoccupante fotografia avvalora le preoccupazioni instillate nell’immaginario collettivo circa il welfare del futuro: il 73,8% degli italiani ha infatti paura che negli anni a venire non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per pagare le pensioni e il 69,2% pensa che non tutti potranno curarsi, perché la sanità pubblica non riuscirà a garantire prestazioni adeguate. Scenari troppo verosimili, che paralizzano ulteriormente invece di mobilitare risorse per la ricerca di soluzioni efficaci dinanzi alla complessità delle sfide che la società contemporanea deve affrontare.


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